- Infanzia e famiglia
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Viaggio nei Balcani
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Fra l'inverno del 1816 e la primavera del 1817, Agostino Codazzi portò a termine un lungo e travagliato periplo che da Livorno, attraverso Grecia, Turchia, i Balcani ed il mar Baltico lo condusse ad Amsterdam, dove -come vedremo- s'imbarcò per l'America. Da Amsterdam, Codazzi spedì una lettera al padre raccontandogli le proprie avventure:
"Olanda, Amsterdam, li 28 Aprile 1817,
Amato Padre,
prima di abbandonare totalmente l'Europa mi vedo in dovere di aggiornarvi del luogo del mio stabilimento per molti anni. Siccome ignoro se l'amico Ricci sia ritornato dalla Turchia in Italia, e vi abbia personahncnte, o per mezzo della posta, recapitato le mie lettere, così credo bene di farvi con questa un riepilogo dei miei viaggi, dall'epoca che partii da Livorno fino al dì d'oggi.
Dalla lettera scrittavi in febbraio 1815 avrete inteso il mio piano per passare nelle Indie Orientali, ma stimolato da vari amici cambiai d'opinione, e dallo stato militare passai a quello di commerciante. Comprai diversi generi col piccol capital che tenevo, e con questi e con Ricci mi affidai al mare, drizzando il nostro corpo alla volta della Turchia, onde colà piazzarli, e col ricavato passare nel Mar Nero di Odessa al fine di caricare del grano, e trasportarlo in Italia.
Lasciato già avevamo alle nostre spalle il faro di Messina, quando ima fiera procella si gettò nel mar Ionio, e disgraziatamente nella notte del 19 marzo investissimo col bastimento contro ad uno scoglio vicino alla Cefalonia, ed in un momento perdei i sudori di qualche anno, e sol salvai per fortuna le mie carte, e col compagno la vita, L'isola d'Itaca, antica patria del grande Ulisse, fu il mio tristo soggiorno per quasi un mese, durante il quale più volte dovetti nutrirmi con erbe selvaggie. Finalmente mi riuscì di partire da quello per me luogo funesto sopra di un bastimento che se ne giva a Costantìnopoli, coll'intenzione di non più commerciare, ma di seguire l'interrotta mia carriera militare nelle soldatesche turche.
Dopo traversato l'arcipelago, passati i Dardanclli dividenti l'Asia dall'Europa, e scorso il piccol mar Marmara mi trovai in quella gran metropoli, che per me era un vasto laberinto ove mi fu persa totalmente la speranza d'alcun impiego militare, o civile, e quel che era il peggio di non aver abiti per cambiarmi, e né soldi per prendere una camera per cui per tre giorni si mangiò col compagno sol pane, ed in un campo de' morti sopra alle tombe si dormì. Pure no mi avvilii, e colla mia fermezza, e prontezza di spirito seppi bene a tutto rimediare ed in poco tempo mi procurai un decente impiego che mi. profittava tanto da poter vivere col compagno onoratamente, e con decoro senza si può dir far nulla.
Ma la terribil peste che in quei paesi continuamente flagella mi prese il mio Principale, e ricominciai a ricadere. Allora feci ogni sforzo possibile per passare in Persia, nella China, in Egitto o al Gran Cajiro, e fin avevo proposto di stabilire dalle parti della Natolia con vari amici di formarvi una colonia: e per riuscire in qualcheduno di questi progetti non risparmiai certamente passi, e reiterate volte mi viddero bene gli Ambasciatori di quelle nazioni, i Bajà e fin il Gran Visir. Vedendo di non poter riuscire in alcun piano cercai di abbandonare la Turchia. L'amico Ricci dopo tre mesi e più che eravamo in Costantinopoh si mise in una casa di un signore per governargli i cavalli ma per colmo di sua sventura gli sopragiunse il mal degl' occhi. Nell'istesso tempo una grande, e seria questione con Grechi accadutami, mi forzò di partire per mia sicurezza a vista, per cui Ricci incomodato non potè seguirmi. Gli lasciai una lettera acciò ritornando in Italia ve la recasse, oppure se era intenzionato di là stabilirsi di mettervcla per la posta. Andiedi a bordo (in. compagnia di un certo Ferrari di Reggio già capitano nelle truppe Italiane, e che era anch'esso nella disputa) d'una saccolea turca colla quale fossimo in procinto di perdersi nel mar Nero, e non saper qual fortuna sbarcassimo sani e salvi a Varna città e porto di mare in Bulgaria, dove soggiornassimo cinque giorni, e poscia traversassimo questa, e tutta la Moldavia pervenendo a Jassi di lei capitale.
Volevamo passare le frontiere della Russia, ma era d'uopo attendere un Passaporto da Petersburgo per cui risolvessimo di andare per quelle dell'Austria. Si giunse nella Bucovina, e là fecesi dieci giorni di quarantena. Si venne a Cernoviz ove si passò qualche giorno, indi entrassimo in Galizia, e tenendo la via di Stanislavo pervenimmo a Lamberg. Si restò cinque giorni fermi ed avendo inteso la notizia che l'Imperatore Alessandro veniva alla capitale della Polonia per organizzare le truppe di quella nazione, ci parve utilità di là recarci onde aver servizio in quelle milizie, o nelle Russe, lasciandoci scappar di mano qualche impiego che potevamo avere presso da negozianti. Si entrò in Polonia, e prendendo la direzione di Zamosco, e Lublin si arrivò un giorno avanti dell'Imperatore a Varsavia. Avessimo l'onore di essere ammessi all'udienza del Gran Duca Costantino che dopo avergli seco lui parlato per un quarto d'ora ci disse di fare una supplica ad Alessandro che egli stesso l'avrebbe presentata. Si fece, e la risposta fu che nell'armata Polacca eravi dell'Ufficialità di più del necessario, e che nella Russia presentemente non ne abbisognava. Restassimo otto gioirti in questa bella città, e ci sembrò più conveniente per tutti i rapporti di trovarsi in un porto di mare, e di allontanarsi dai deserti della Russia in cui il freddo si fa assai ben sentire. Prima di partire scrissi una lettera a Ricci dirigendola a Costantinopoli, acciò ve la facesse in unione all'altra in qualche modo pervenire, ed ecco la cagione per cui vi ho posto in succinto tutti i viaggi, temendo non le abbiate ricevute. Volevo rimanere in una Baronia con un buon onorario dando in francese lezioni di scherma, e cavallerizza ma io amante troppo di trovarmi fra il rumor delle armi, piuttosto che in un pacifico dobbato Palazzo, non accettai l'impiego, e col compagno partii sopra d'una barca lungo il fiume Vistola in quindici giorni ci condusse a Danzica in Prussia fortezza rispettabile e porto di mare, ove pure rifiutai di stare per ajo in una ricca Casa (giacché s'era inteso sui giornali che l'Olanda mandava una spedizione nelle Colonie delle Indie) e quindi cercassimo di recarsi colà onde partire se era possibile colla medesima, e difatti trovassimo un bastimento. Si aspettò più di venti giorni avanti di partire, e si ponessimo alla vela nel colmo del rìgido verno. Passassimo felicemente il mare Baltico, ma nello stretto che separa la Svezia dalla Danimarca, dovessimo approdare per i contrari venti a Copenhagen capitale di quest'ultima e ad Elsìnore. Giunti nel pericoloso mare Stuttegat (ripieno di banchi di sabbia) fossimo per ben otto volte in procinto di naufragare od arenarsi, e di 20 bastimenti che navigavano assieme tre soli se ne salvarono. Si dovette per le incessanti burasche prender porto a Gatenburg in Svezia, e a Cristiansant in Norvegia nel cui porto entrassimo con un albero rotto, due antenne scavezzate, e molte vele, e cordazzi rovinati. Si navigò pure con eguai pericolo nel mar Germanico, e basta dire che impiegassimo 105 giorni in questo viaggio che è costume di farsi in 15 giorni tutt'al più. Ponessimo piede in Olanda all'isola Terel di là venissimo ad Heldcr, indi ad Alkmaar, e il 25 marzo di quest'anno entrassimo ad Amsterdam che l'ho trovata la più bella città dopo che viaggio il mondo. Dieci giorni prima del nostro arrivo la spedizione delle Indie era già partita; ciò nondimeno andassimo dal Prìncipe Governatore che ci fece vedere l'impossibilità di passare al servìzio olandese per esserci moti ufficiali nazionali a mezza paga i quali sarebbero impiegati in prevenzione dei stranieri. Avevamo pensato di passare in Spagna, o Portogallo, ma siamo stati consigliati a desistere dalla nostra opinione.
Ora in qual parte devo volgere i miei passi se dopo un anno, e più di continuo viaggio non ho trovato impiego presso tutte le Nazioni Europee, ed una porzione delle Asiatiche, ed Africane? La sol'America mi si è presentata a mici occhi, e là vado.
Sono già colà passati più di diecimila uffiziali Francesi, alla di cui testa evvi Giuseppe Bonapartc, i quali stanno fabbricando una nuova città chiamata Persinpopolis. Qua vi sono 6 bastimenti americani venuti espresumente per prendere famiglie, e già più di quattromila tra Svizzeri, e Tedeschi d'ogni sesso, età, e condizione a giorni partono pagando per nolo, e cibario 340 franchi per cadauno, e quelli che non hanno mezzi vengono presi gratis, ma arrivando poi alla destinazione son venduti per tre anni durante il qual tempo devono travagliare per i loro padroni, e terminati che sia sono liberi e possono utilizzarsi per loro stessi. Noi ci siamo sì bene saputi maneggiare, e per mezzo di buone raccomandazioni, che paghiamo soli 400 franchi fra tutti e due, mangiando col Capitano. Più a buon patto non lo potevamo avere, e. pensiamo di cambiare in questo Nuovo Mondo la nostra sorte, giacche qui è pubblico, che ogni ufficiale è accettato non solo con un buon soldo, ma ancora il Governo gli passa una certa quantità di terreno con tanti schiavi neri quanti sono bastanti per coltivarlo, ed il prodotto è dì vantaggio dell'ufficiale, a cui restagli il peso del mantenimento dei nuovi travagliatori, e di prender le armi ad ogni cenno per la difesa dello Stato.
Io non vedo il momento di partire essendo munito di buone commendatizie, e spero di riuscire nelle mie brame, e quante volte ancora fossero favole ciò che da tutti qui dicesi, mi resta per ultimo la risorsa di andare sotto Cristoforo Capo dei Negri di Santo Domingo, o veramente unirmi alle bande dei ribelli Americani Spagnoli, e così mi sarà facile il vedere la Castiglia d'Oro, il Brusii, il Perú ed i1 Paraguai.
Credo che dopo letta questa lettera crederete tutto ciò che è scritto una favola combinata, giacche riflettendo che se un anno addietro perderei tutto, come mai possibile abbi potuto fare lunghi viaggi, trattenermi nelle più Gran Capitali, e poi ora riuscire nel viaggio d'America. Ciò è nulla, in paragone, che questi viaggi gli ho fatti da Costantinopoli fin qui sempre in vettura, o per mare; che giornalmente ho sempre mangiato bene; che il vestiario è stato di continuo decente; che la malinconia non s'è mai impadronita del mio cuore; e che quando sbarcherò in America avrò ancora qualche soldo in saccoccia: questo certamente è qualche cosa, e molto mi ci vorrebbe per dettagliarvi il tutto, e soltanto mi contenterò di dirvi: che non ho in alcun punto disonorato la famiglia, né mi sono reso indegno della Patria, né mi sono avvilito, né ho degradato il mio rango. Tengo un giornale in cui scrìvo tutto ciò che mi accade, e tante strane vicende mi sono avvenute che sono già al terzo tomo. Se un giorno (come spero) avrò la sorte di restituirmi alla Patria lo leggerete al domestico focolare, e conoscerete allora la verità dei miei detti. Parto col compagno per Baltimore porto non lungi da Filadelfia nei Stati Uniti d'America, ed ai 30 del presente mese si fa vela. Addio Europa. Italia addio. Patria mia ti saluto, concittadini, ed amici vi lascio, donne mie belle vi abbandono, parenti, e congiunti vi do un amplesso, e voi mio caro Padre, madre, fratello, e sorella vi abbraccio, e baciandovi e ribaciandovi vi auguro salute, tranquillità, e sorte, e col desiderio di poter un giorno stringervi tutti al mio seno, e divider con voi il frutto dei miei travagli vi saluto. Addio, addio, e parto glorioso e trionfante per non mai più morire. Vostro aff.mo figlio Agostino
PS Pensando che forse vi troverete in bisogno di denaro, ed io non sapendo come aiutarvi, ho creduto bene in attestato del mio buon cuore, ed amore figliale di unirvi in questa mia un picciol biglietto che credo sarà una prova bastante di quanto vi amo. Addio: Agostino"
Allora, scrive Codazzi, "decidemmo di andare in America... sperando trovar colà una sorte migliore". Di fatto, a fine maggio, i due italiani s'imbarcarono sul brick "Union", assieme ad alcune centinaia di emigranti francesi, tedeschi e di altre nazionalità. Al termine di una "navigazione molestissima", che si protrasse per più di tre mesi, l'"Union" gettò le ancore nel porto di Baltimore.